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Estensione del libro

Estratto · Senza chiedere scusa

Due passaggi: l’inizio del libro, e il punto in cui un bambino impara a leggere il pericolo nei corridoi.

Un estratto non spiega. Apre una soglia.

Qui trovi due passaggi di Senza chiedere scusa. Il primo entra nel libro attraverso un odore, una geografia, una mentalità di paese. Il secondo attraversa l’ora del giorno in cui il corpo, ancora prima della mente, comincia a calcolare il rischio.

I.

Radici salmastre

Parte Prima · Portopalo (1984–2004) · Capitolo 1

Se chiudo gli occhi e provo a tornare all’inizio, la mia vita non si apre con una data scritta su un certificato, né con un volto in posa, come nelle fotografie ingiallite. Si apre con un odore.

La salsedine. Quella presenza discreta e ostinata che entrava ovunque: nelle lenzuola stese, nelle fessure delle finestre, nei capelli dopo una passeggiata, persino nei pensieri. Era un odore che non chiedeva permesso, e forse per questo mi è rimasto addosso come una seconda pelle: la prova silenziosa che, prima ancora di capire le parole, io appartenevo a qualcosa.

Quel qualcosa aveva un nome semplice e antico: Portopalo, un borgo all’estrema punta sud-orientale della Sicilia, dove il mare non è mai solo panorama ma confine, promessa, respiro quotidiano. Un luogo che non si attraversa per caso: per arrivarci bisogna volerlo, come se fosse davvero un’isola incastonata in un’altra isola, nascosta alla fretta del mondo. E in quella distanza — geografica, mentale, emotiva — io ho imparato presto una lezione che avrei compreso pienamente solo molti anni dopo: ci sono posti bellissimi che sanno essere anche stretti, protettivi e, a volte, soffocanti.

Ricordo le mani ruvide di nonna, la sua tenerezza che aveva il sapore di un mondo più antico, le coffe — tradizionali borse siciliane, realizzate dal nonno con le foglie tenere della palma — e il dialetto stretto che a tratti non capivo, ma che sentivo comunque come un abbraccio. Ricordo l’incenso delle messe domenicali: un profumo così denso da sembrare materia, capace di stordirmi e affascinarmi insieme. Ricordo le corse a perdifiato per le stradine, inseguendo e venendo inseguito, con le grida festose delle compagne di scuola che mi facevano da eco.

E poi ci sono i suoni. Non quelli precisi di una singola giornata, ma quelli che per me erano «casa»: la risacca che tornava sempre, paziente e uguale a se stessa; il vento che cambiava faccia a seconda delle stagioni; e le cicale, quando il loro frinire diventava un tetto sonoro sopra i pomeriggi, un ronzio continuo che sembrava dire che il tempo non passava: maturava.

Portopalo, visto da dentro, non era una cartolina. Era una mappa piccola ma completa, dove tutto aveva un posto preciso e, soprattutto, un peso: il mare davanti, la strada principale che tagliava il paese come una spina dorsale, e poi la campagna alle spalle, fatta di serre, polvere, vento caldo e lavoro. E sopra ogni cosa, un senso costante di vicinanza: le case, le voci, le storie. In un posto così non ti senti mai davvero anonimo. Ti senti visto.

La giornata cominciava spesso dal porto. Era lì che Portopalo si svegliava sul serio: non con le sveglie, ma con i motori delle barche e il rumore delle cassette di pesce trascinate sulla banchina. Il mare non era solo un orizzonte bello da guardare: era pane, fatica, abitudine. I pescatori avevano mani che sembravano più vecchie della loro età, segnate dalle corde e dal sale, e occhi che sapevano stringersi al sole senza lamentarsi. C’era un modo di parlare rapido e concreto, fatto di poche frasi e molte intese, come se ogni parola in più fosse tempo rubato al lavoro.

· · ·

E poi c’erano i confini naturali: Capo Passero, l’isola lì davanti come un pensiero costante, e soprattutto l’isola delle Correnti, con il suo punto in cui i due mari — lo Ionio e il Mediterraneo — si incontravano e si mescolavano. Anche senza saperlo spiegare, lo sentivi: era come vivere sempre sul bordo di qualcosa. E vivere sul bordo ti educa in fretta: ti fa capire che puoi essere protetto, sì, ma che puoi anche rimanere chiuso dentro un perimetro che non hai scelto.

Tra un brano e l’altro

Tra la salsedine del porto e il corridoio della scuola passano pochi anni.

E un mondo intero. C’è il momento in cui un bambino smette di abitare il paesaggio e comincia a misurare dove può stare.

II.

La mappa del pericolo

Parte Prima · Portopalo (1984–2004) · Capitolo 4

Bastava che suonasse la campanella della ricreazione perché tutto cambiasse faccia. In aula esisteva una sequenza: alzare la mano, aspettare il turno, scrivere, cancellare, ricominciare. Nel cortile non c’era nessuna sequenza. C’era un’esplosione. E io, che dentro l’aula mi sentivo finalmente a posto, lì fuori avevo la sensazione di essere in ritardo, come se gli altri avessero ricevuto un manuale segreto e io no.

All’inizio provavo ad avvicinarmi ai gruppetti, a cercare un varco, un segnale d’invito. Ma spesso succedeva una cosa piccola e umiliante, di quelle che non puoi raccontare agli adulti perché sembrano niente: le conversazioni si spegnevano proprio quando arrivavo io. Le risate continuavano, ma il posto accanto restava occupato da un’aria invisibile. Io rimanevo in piedi un attimo di troppo, in quella terra di nessuno in cui non sai se devi insistere o sparire.

· · ·

Il primo segnale arrivava ogni mattina nel corpo, prima ancora dei pensieri: un nodo allo stomaco, come se mi stessi preparando a qualcosa di inevitabile. Non era più «andare a scuola» come all’inizio, quando i quaderni nuovi e le regole chiare erano una promessa. Era attraversare un territorio in cui, da un momento all’altro, qualcuno poteva chiamarmi con un nome che non era il mio e far ridere gli altri con la mia pelle. Quel timore costante cominciò a soffocare anche la parte migliore di me: la curiosità, la voglia di imparare, la fame di ordine e logica che mi aveva fatto sentire al sicuro tra i banchi.

La mia reazione non fu una rivolta, non fu una risposta forte. Fu una ritirata. Come se dentro di me si fosse attivato un comando antico: riduci la visibilità, riduci il rischio. Cambiai i percorsi per raggiungere l’aula. Se sapevo che un corridoio era più affollato, ne cercavo un altro. Provavo ad arrivare prima, o a entrare dopo, a spostare di pochi minuti la mia presenza per evitare l’incrocio con certe facce, certi gruppi. Era un calcolo continuo, come se stessi imparando una mappa invisibile: non la mappa della scuola, ma la mappa del pericolo.

Abbassavo lo sguardo. Non perché mi mancasse la dignità, ma perché avevo scoperto che uno sguardo è un invito: se incroci gli occhi, dai una possibilità all’altro di trovarti, agganciarti, chiamarti. Io non volevo essere agganciato. Volevo passare inosservato, essere un’ombra che attraversa senza lasciare traccia.

· · ·

Il problema è che, a forza di non esistere troppo, inizi a non esistere nemmeno per te stesso.

Se questi passaggi ti hanno ricordato qualcosa — un odore, una stanza, una ricreazione in cui contavi i secondi — forse questo libro ti riguarda.